RACCONTO di RITA MAGGESI

IL GIARDINO IN UNA STANZA

di

RITA MAGGESI

Può capitare che i giardini siano frutto di caparbietà, intraprendenza e grande immaginazione, doti  insostituibili della giovinezza.

Anni fa cominciammo a prenderci cura di una casa antica -di famiglia- nel centro storico di Ferrara, bisognosa più che di restauro, di adeguamento alle nostre esigenze. La delicata operazione, nel rispetto di estenuanti normative, richiese tante energie e una caparbietà che l’aiuto degli architetti ci consentì di mantenere salda nel tempo. L’unico luogo cui non prestammo attenzione fu uno spazio rettangolare, in terra battuta, circondato da alte mura, all’aperto, che si estendeva oltre l’ingresso e non destava l’interesse di nessuno.

Un giorno, decisi di creare un giardino. Un giardino? Tra alti muri? Quanti dubbi! Era come arredare col verde una stanza senza soffitto, con poca aria e poco (anzi pochissimo) sole. Prima condizione: entrando in casa volevo ‘vederlo’. Feci abbattere un muro e creai una vetrata che si affacciava su quello spazio, che si fece subito notare quanto fosse disadorno e bruttarello. Le mie prime soluzioni di ‘arredo’ mi sembrarono pietose; chiaramente avevo bisogno di aiuto. Qualcuno mi segnalò un giovane botanico, rispondente al nome di Carlo Pagani, di cui si diceva che fosse un attento studioso di piante e allestimenti di spazi verdi. Decisi di fidarmi, nella speranza che la mia ‘stanza’ all’aperto mettesse in moto una sua creatività. Venne; spiegai con una certa sommarietà progettuale quale fosse il mio desiderio o, meglio, come si venivano accumulando i miei tanti e confusi desideri. Mi fece valutare alcune soluzioni; gli lasciai ampia libertà, sapendo che il mio impegno lavorativo non mi avrebbe concesso il tempo di seguire la realizzazione di quel che aveva ipotizzato la sua mente. Infatti, Pagani venne ad operare senza la mia sorveglianza. Una sera, rientrando a casa, trovai il primo intervento: piccoli cespugli e bastoni piantati, una betullina nell’unico punto ben soleggiato, una magnolia stellata tra due arcate e un corbezzolo coi frutti già maturi sui rami. Era l’inizio, ma rimasi folgorata dalla capacità di quel giovane silenzioso (ma pieno di talento) di far …  ‘muovere’ gli alberi. Poi sui muri vennero fatti salire dei rampicanti che presero l’aspetto di una ‘carta da parati’; la mia stanza cambiava aspetto. In un altro angolo, un rhyncospermum jasminoides e un solano facevano a gara a chi si protendeva di più verso l’alto, mentre una lonicera aveva lo scopo di espandere il suo accogliente profumo su tutto, anche sul vicinato. Un agrifoglio mi garantiva il verde invernale e ancora oggi si dà arie quando il resto del giardino è spoglio; ma in primavera la sua bellezza viene oscurata dal verde pallido, bordato di rosa, di un acerino giapponese che gli sta proprio di fronte, in competizione. In autunno, prima di spogliarsi, l’acerino sembra accendere fuochi d’artificio col suo rosso fiammante, per rendersi … indimenticabile. il mio giardino era fatto, con tanti compagni che mi hanno accompagnato per lungo tempo, l’impianto iniziale è rimasto.

Dopo tanti anni, le piante sono cresciute; alcune hanno concluso il loro ciclo, ma io ho imparato da Pagani – nel frattempo diventato molto più famoso come botanico ed esperto di un’alta scuola di giardinaggio – a capire le potenzialità della mia stanza verde. Quando posso, integro con altre piante; oppure lascio qualche spazio vuoto per conservare il ricordo degli amici vegetali scomparsi. Quando entro in casa, chi c’è oltre la vetrata del mio ingresso, mi accoglie e mi saluta.